7 Gennaio 2026 by Mondo2.0
Presenteeism Digitale: Sempre Reperibili
Lo scopo principale di questo blog è di anticipare ed evidenziare alcuni cambiamenti sociali determinati da Internet. È senz’altro il caso del mio articolo scritto nel 2015 e dedicato allo smart working. In quell’articolo presentavo lo smart working come la soluzione ideale per conciliare vita professionale e personale, citando un paio di frasi:
Non si tratta solo di delocalizzare l’attività lavorativa, di lavorare in casa, si tratta di modificarla, di introdurre nuovi elementi dinamici come la possibilità di utilizzare strumenti di videoconferenza o la condivisione di documenti e materiale multimediale tramite il cloud.
Ed ancora:
Il lavoro agile, o smartworking, non determina benefici esclusivamente a chi vive situazioni lavorative dinamiche, itineranti, per intenderci “da manager”, in molti casi permette, anche, di raggiungere uno scopo diametralmente opposto: ridurre gli spostamenti e semplificare il proprio stile di vita: spostarsi meno, inquinare meno, lavorare meglio.
La possibilità di lavorare da casa, evitare il pendolarismo, gestire autonomamente il proprio tempo rappresentava un’evoluzione verso un modello lavorativo più umano e sostenibile. Un’evoluzione in cui, preciso, credo profondamente ancora oggi. Non a caso il mio articolo, estremamente attuale, terminava evidenziando una sequenza di opportunità, tutte valide e rafforzate dai fatti e dalle modalità lavorative che si sono affermate in questo decennio:
..l’opportunità di reclutare persone posizionate altrove, l’opportunità di assumere persone competenti ma che non hanno la possibilità di effettuare quotidiani lunghi spostamenti, l’opportunità di dedicare il proprio tempo e le proprie energie non al traffico ma al proprio lavoro, l’opportunità di condividere il materiale prodotto istantaneamente, l’opportunità di mettere a fattore comune le proprie idee “in tempo reale”, l’opportunità di creare gruppi lavorativi dinamici e transnazionali in funzione dell’obiettivo da raggiungere.
La pandemia del 2020-21 ha di fatto accelerato questo percorso di comunicazione digitale, sdoganando strumenti citati nel mio articolo del 2015, come le meeting platform, le chat e il cloud. Ad oggi è molto difficile, quasi impossibile, in un contesto lavorativo dinamico, non conoscere strumenti come Teams, Google Meet, Zoom, OneDrive, Google Drive o Dropbox.
Queste piattaforme sono diventate l’infrastruttura invisibile che sostiene il lavoro contemporaneo.
Tuttavia, la rapida diffusione del lavoro da remoto combinata con l’uso intensissimo di questa nuova generazione di strumenti digitali ha determinato paradossi significativi. L’auto-apprendimento e l’assenza di figure guida durante l’adozione hanno creato un contesto originale, in cui “tutti utilizzano tutto a più non posso” senza una reale consapevolezza delle conseguenze.
Si è passati rapidamente dalla diffidenza verso questi strumenti a una condizione di sovraccarico permanente, dove la tecnologia che doveva liberarci ci tiene costantemente sotto pressione.
Qualche esempio?
- Un diluvio quotidiano di email. La posta elettronica ha subito una trasformazione radicale. Non si tratta solo di un aumento quantitativo – molti professionisti ricevono tra le 50 e le 200 email al giorno – ma di una modifica qualitativa del loro utilizzo. Le email sono spesso utilizzate impropriamente per discussioni che richiederebbero una conversazione diretta. La prassi di mettere in copia numerosi destinatari, nel tentativo di “coprirsi” o di dimostrare trasparenza, genera catene interminabili dove diventa impossibile distinguere ciò che richiede attenzione immediata da ciò che è puramente informativo. Il risultato è una sensazione costante di essere sommersi da comunicazioni, con la conseguente ansia di non riuscire a stare al passo o di perdere informazioni importanti sepolte nel flusso.
- La proliferazione delle riunioni online. Le videoconferenze, nate come alternativa efficiente agli incontri fisici, sono aumentate in modo esponenziale. Non solo sono più numerose, ma tendono anche a essere più lunghe: l’assenza di vincoli logistici – non serve prenotare una sala, spostarsi fisicamente – rende più facile programmare meeting di un’ora o più per discussioni che potrebbero risolversi in pochi minuti. Inoltre, la facilità tecnica di aggiungere partecipanti porta spesso a coinvolgere persone non strettamente necessarie, creando situazioni in cui molti assistono passivamente a conversazioni che non li riguardano direttamente, e in cui talvolta fanno altro, ma dalle quali non possono disconnettersi per timore di sembrare disinteressati. Questa inflazione di riunioni online erode il tempo per il lavoro concentrato, frammentando le giornate in blocchi troppo brevi per essere produttivi.
- L’ubiquità della connessione. L’accessibilità h24 ad email, chat, cloud rappresenta sicuramente un vantaggio ma, anche in questo caso, si sono venuti a determinare effetti collaterali significativi: ci troviamo a controllare le email mentre facciamo la spesa, a rispondere su WhatsApp durante il weekend, a partecipare a videochiamate “in movimento”. Il lavoro si insinua in ogni interstizio della vita quotidiana, eliminando quei momenti di transizione e disconnessione che un tempo permettevano alla mente di riposare, rigenerarsi, produrre nuove idee. La possibilità tecnica di lavorare sempre e ovunque si è trasformata in un’aspettativa implicita di essere sempre reperibili.
Questi tre fattori hanno modificato significativamente il confine tra vita lavorativa e personale, creando una condizione di reperibilità permanente che può generare stress, riducendo la qualità sia del lavoro sia della vita privata.
Anche gli ambienti nelle nostre case si sono trasformati in base alle nuove dinamiche di comunicazione online. La casa, tradizionalmente luogo di riposo, intimità e relazioni familiari, è diventata simultaneamente ufficio, sala riunioni e spazio produttivo. Questi spazi rischiano di perdere la loro identità originaria e con essa la capacità di offrire un rifugio psicologico dal lavoro. Il personal computer aperto sul tavolo da pranzo può trasformarsi in un promemoria costante delle attività professionali incompiute, impedendo quella separazione mentale necessaria al recupero psicofisico.
Uno degli aspetti più insidiosi è l’instaurarsi di una cultura della disponibilità perpetua.
In assenza di segnali visibili di presenza fisica, i lavoratori sentono la necessità di dimostrare costantemente di essere operativi. Spesso, evidenzio, sentono volontariamente questa necessità a prescindere dalle richieste e dagli obiettivi che aziende ed istituzioni pongono loro, per semplice, automatico, bisogno di ricevere e rispondere frequentemente a stimoli digitali. Rispondere immediatamente alle email, essere sempre online su Teams, partecipare a tutte le riunioni virtuali diventa un modo per dimostrare la propria presenza.
Si tratta di un vero e proprio comportamento performativo in cui il lavoratore entra in un “loop”: acquisisce input digitali, li elabora e condivide, riceve feedback che generano nuove domande, risponde producendo altri stimoli che richiedono ulteriori risposte, in una spirale che non si arresta.
Un altro paradosso è la coesistenza di iperconnessione tecnologica e isolamento sociale. Le videoconferenze sostituiscono le interazioni faccia a faccia, ma non ne replicano la qualità. Mancano le conversazioni informali alla macchina del caffè, gli scambi casuali in corridoio, la possibilità di percepire l’umore dei colleghi attraverso segnali non verbali. Le relazioni informali sul posto di lavoro non sono un “extra” ma una componente essenziale del benessere lavorativo. La loro assenza può generare alienazione e disinvestimento emotivo.
Le piattaforme e gli strumenti di lavoro digitale sono progettate per catturare l’attenzione. Le notifiche, i suoni di allerta sfruttano meccanismi psicologici per mantenerci “engaged”. Questa economia dell’attenzione applicata al lavoro frammenta la concentrazione. Ogni interruzione, anche se richiede pochi secondi, comporta un costo cognitivo di riorientamento. Il risultato è una giornata caratterizzata da un multitasking inefficace e dalla sensazione di non aver portato a termine nulla di significativo. Inoltre, la proliferazione di strumenti diversi – email, chat, videoconferenze, tools di gestione – può generare un overhead cognitivo: l’energia mentale spesa non per il lavoro sostanziale ma per gestire l’infrastruttura del lavoro. Anche questa gestione continua degli strumenti diventa un comportamento performativo, dove l’apparire aggiornati e tecnologicamente competenti conta più dell’effettiva produttività.
Per contrastare il burnout da connessione, è fondamentale ricostruire artificialmente quei confini che l’ufficio fisico forniva naturalmente.
E’ necessario “semplificare” senza perdere i benefici digitali dovuti ad un approccio e a strumenti smart.
A livello personale, occorre separare lo spazio lavorativo da quello domestico quando possibile, o almeno creare marcatori simbolici. Instaurare rituali temporali che sostituiscano il pendolarismo, come una camminata prima e dopo il lavoro, può aiutare a segnare l’inizio e la fine della giornata lavorativa. Disattivare le notifiche non essenziali e definire orari di lavoro precisi, comunicandoli esplicitamente, sono pratiche cruciali.
Lo smartworking rappresenta un passo avanti e offre straordinarie opportunità, descritte già nel 2015. L’auspicio è che si sviluppi un utilizzo maturo di questi strumenti, così da ritrovarci nel 2035 a celebrare quanto previsto in questo articolo: un equilibrio finalmente raggiunto tra vita digitale, benessere e produttività.
Mondoduepuntozero
