4 Ottobre 2026 by Mondo2.0
Il curriculum vitae è morto?
Il curriculum vitae è ancora lo strumento giusto? Quanto conta la reputazione online?
Per oltre un secolo il curriculum vitae ha avuto un compito molto semplice: raccontare chi siamo nel mondo del lavoro. Studi, esperienze, competenze, incarichi. Tutto disposto in ordine, possibilmente cronologico. Il curriculum nasce infatti da una particolare idea della carriera: un percorso lineare, ordinato e soprattutto raccontabile attraverso una sequenza di tappe. Prima la formazione, poi il primo lavoro, quindi le esperienze successive e le responsabilità crescenti. Ma le traiettorie professionali di oggi assomigliano sempre meno a questo modello lineare.
Le carriere sono diventate più discontinue, i ruoli si sovrappongono, le competenze vengono acquisite anche fuori dai percorsi formali e, soprattutto, lungo l’intero arco della vita lavorativa. Un professionista può contemporaneamente lavorare per un’azienda, partecipare a un progetto, pubblicare articoli, intervenire a un convegno, contribuire a una comunità e costruire relazioni con centinaia di persone del proprio settore.
Una parte consistente di questa attività non entra facilmente in un curriculum, che ha, per sua natura, un’indispensabile necessità di sintesi.
Un percorso multidimensionale può invece essere seguito attraverso le tracce digitali che lascia nel tempo.
La presenza online è potenzialmente continua, quasi l’opposto di un CV condensato in una o due pagine.
Il sociologo canadese Erving Goffman, molto prima dell’esistenza dei social network, descriveva la vita sociale attraverso una metafora teatrale. Nelle interazioni quotidiane gli individui cercano di governare l’impressione che producono sugli altri, come attori su un palcoscenico.
Applicata al mondo del lavoro digitale, la metafora funziona sorprendentemente bene.
LinkedIn è diventato il palcoscenico. Il curriculum, sempre più spesso, è il camerino.
Nel CV selezioniamo accuratamente ciò che vogliamo mostrare. Su una piattaforma come LinkedIn costruiamo invece nel tempo una narrazione: condividiamo risultati, commentiamo eventi, partecipiamo a discussioni, rendiamo visibili relazioni e appartenenze.
Non presentiamo più soltanto ciò che abbiamo fatto. Presentiamo chi vogliamo apparire.
Naturalmente questa rappresentazione non riguarda soltanto LinkedIn.
Anche altri spazi pubblici della rete contribuiscono alla costruzione della reputazione: un articolo pubblicato anni prima, un intervento pubblico, un progetto presente sul sito di un’organizzazione e, in alcuni casi, anche i contenuti condivisi sui social network.
Qui emerge un primo paradosso.
Una persona molto attiva online può costruire una presenza estremamente ricca: pubblica frequentemente, racconta i propri risultati, interviene nelle discussioni, mantiene una rete molto ampia. Ma questo dinamismo non necessariamente corrisponde alla sua effettiva capacità professionale.
Un’altra persona, altrettanto competente o persino più competente, può semplicemente non avere interesse, tempo o capacità comunicativa per fare altrettanto.
Si produce così un possibile cortocircuito della visibilità, capace di generare una nuova forma di disuguaglianza: non soltanto tra chi possiede più o meno competenze, ma tra chi è visibile e chi rimane invisibile.
Nel mercato dell’attenzione, anche il lavoro rischia di essere valutato attraverso la capacità di mostrarlo o, meglio ancora, di mostrarsi.
Strumenti nati per rendere riconoscibili capacità ed esperienze possono quindi finire per premiare soprattutto chi sa costruire meglio la propria immagine pubblica.
Il fenomeno modifica inevitabilmente anche il mestiere del recruiter. Se prima la selezione consisteva prevalentemente nell’analizzare informazioni dichiarate all’interno di un documento relativamente standardizzato, oggi può comprendere l’interpretazione di una vera e propria identità narrativa digitale.
Non si tratta più soltanto di verificare dove qualcuno abbia lavorato. Si cerca di comprendere quali argomenti affronta, quali relazioni possiede, come comunica, quali risultati presenta, quale immagine di sé ha costruito nel tempo e quanto questa immagine corrisponda alla realtà.
La selezione assume così, almeno in parte, una dimensione quasi ermeneutica: interpretare un individuo attraverso le tracce che ha lasciato.
E ogni interpretazione porta con sé dei bias.
Età, genere, provenienza sociale, familiarità con gli strumenti digitali, capacità di scrittura, settore di appartenenza: sono tutti elementi che possono influenzare quantità e qualità della presenza online.
E l’intelligenza artificiale potrebbe rendere questo scenario ancora più incerto.
Esiste poi un’ultima differenza fondamentale tra curriculum e identità digitale: la memoria.
Un curriculum può essere aggiornato. Alcune esperienze possono essere eliminate, altre sintetizzate, altre ancora reinterpretate. La rete possiede invece una memoria molto più lunga. Un commento poco felice, una polemica, una posizione successivamente abbandonata possono continuare a riemergere attraverso una ricerca.
Il curriculum racconta il passato che scegliamo di presentare. La rete restituisce un quadro molto più complesso.
Questo cambia profondamente il rapporto tra identità professionale e tempo.
E allora il curriculum vitae è davvero morto?
Probabilmente no. Anzi, sicuramente no.
Continuerà a essere utilizzato perché conserva una caratteristica ancora preziosa: costringe a sintetizzare.
Resta fondamentale la conoscenza diretta, il confronto personale, il colloquio: momenti ancora oggi centrali per comprendere una persona, valutarne competenze, atteggiamenti e potenzialità senza ridurla alla sola rappresentazione che offre di sé.
Il CV, quindi, non è più lo strumento principe della selezione, ma uno degli elementi di un insieme più ampio, dinamico e in continua evoluzione.
Di certo, in questo Mondo 2.0, la nostra identità professionale non è più racchiusa in un documento: si costruisce e si modifica nel tempo, diventando una sorta di narrazione permanente.
Mondoduepuntozero
