17 Agosto 2026 by Mondo2.0
Buy one click, Buy Now Pay Later: Il denaro invisibile
Il denaro non è soltanto uno strumento economico: è anche un oggetto cognitivo e sociale. Il modo in cui lo utilizziamo influenza la percezione del valore, della spesa e del debito. Per secoli la sua rappresentazione è stata materiale: monete e banconote avevano peso e consistenza, e pagare significava trasferire fisicamente valore ad altri.
La digitalizzazione sta progressivamente interrompendo questa relazione tra valore economico e percezione sensoriale.
Oggi avviciniamo una carta o uno smartphone a un terminale, acquistiamo con un clic, utilizziamo servizi ad addebito automatico o compriamo immediatamente rinviando il pagamento. Il valore economico della transazione rimane identico; cambia però la sua rappresentazione psicologica.
Non è soltanto un cambiamento tecnologico. Quando cambia il modo in cui utilizziamo il denaro, cambia anche il modo in cui lo percepiamo.
La riflessione non è nuova. Georg Simmel, all’inizio del Novecento, aveva individuato nel denaro uno dei più potenti strumenti di astrazione della società moderna: consente di rendere confrontabili oggetti, attività ed esperienze differenti attribuendo loro un valore numerico.
La digitalizzazione aggiunge un ulteriore livello a questa astrazione: non scambiamo più necessariamente un oggetto che rappresenta valore, ma informazioni che certificano il trasferimento di quel valore.
Pagare 120 euro consegnando sei banconote da venti significa vedere concretamente il denaro diminuire. Appoggiare una carta o uno smartphone produce lo stesso risultato economico attraverso un gesto quasi identico a quello con cui potremmo pagare 5 euro. Nel pagamento digitale il gesto fisico non comunica più, da solo, la dimensione economica della spesa.
La vera innovazione dei pagamenti digitali è nella progressiva scomparsa del momento stesso del pagamento.
Lo smartphone è probabilmente il punto più avanzato di questa trasformazione: concentra strumenti di pagamento, documenti, biglietti, carte fedeltà, fotografie, chiavi e sistemi di identificazione. Parallelamente scompare il portafoglio, che rappresentava anche una parte della nostra identità sociale.
La comodità aumenta, ma cresce anche la dipendenza da un unico punto di accesso alla vita digitale.
La progressiva invisibilità del denaro modifica anche la percezione della spesa.
In economia comportamentale si parla di pain of paying, il “dolore del pagamento”: la componente psicologica negativa associata al momento in cui ci separiamo dal nostro denaro. Nei pagamenti digitali questa separazione diventa meno fisica e, soprattutto nelle piccole transazioni ripetute, può risultare meno evidente la somma complessivamente spesa.
La trasformazione diventa ancora più significativa quando si separano non soltanto acquisto e materialità del denaro, ma anche acquisto e momento del pagamento.
È il caso delle rateizzazioni digitali e del Buy Now Pay Later. Il principio è semplice: acquistare oggi e pagare successivamente, spesso suddividendo l’importo in più rate. Può essere uno strumento utile di flessibilità finanziaria, ma cambia il modo in cui il prezzo viene percepito.
Un prodotto da 600 euro può smettere di apparire come una spesa da 600 euro e trasformarsi in una successione di importi più piccoli. Se il meccanismo viene applicato contemporaneamente a più acquisti, diventa meno intuitivo capire quanto reddito futuro sia già stato impegnato. Il problema non è quindi la rateizzazione in sé, ma la possibile distanza psicologica fra desiderio, consumo e sacrificio economico.
Quando il pagamento diventa invisibile e il debito viene frammentato nel tempo, può diventare meno visibile anche il peso psicologico dell’indebitamento.
La digitalizzazione del denaro produce un’altra conseguenza, questa volta collettiva: ogni pagamento elettronico lascia una traccia. Ed è qui che il cambiamento tecnologico incontra uno dei problemi strutturali dell’economia italiana, l’evasione fiscale.
Dal 1° gennaio 2026 è entrato in vigore l’obbligo di associare gli strumenti di pagamento elettronico ai registratori telematici degli esercenti, diventato pienamente operativo nei mesi successivi. L’associazione non è fisica: avviene attraverso l’infrastruttura dell’Agenzia delle Entrate e rende confrontabili ciò che viene registrato come vendita e ciò che viene effettivamente pagato elettronicamente.
Secondo i dati riportati dal Corriere della Sera nel luglio 2026, l’allineamento tra registratori telematici e strumenti di pagamento elettronico avrebbe fatto emergere nel primo semestre circa 9,1 miliardi di euro di imponibile aggiuntivo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, insieme a circa 160 milioni di documenti commerciali in più.
Il dato va interpretato con cautela: non significa che siano stati automaticamente recuperati 9,1 miliardi di evasione, né che ogni scontrino aggiuntivo dipenda esclusivamente dal nuovo sistema. Applicando un’aliquota IVA media del 18%, la maggiore base imponibile potrebbe corrispondere a quasi 1,6 miliardi di maggiore IVA potenzialmente dovuta, ma l’imposta effettivamente versata dipende da molte altre variabili.
Dal punto di vista sociologico il dato interessante è un altro: quando una transazione diventa tracciabile, può cambiare il comportamento degli individui coinvolti.
Il pagamento elettronico non impedisce materialmente di non registrare un’operazione; introduce però una traccia indipendente con cui quella registrazione può essere confrontata. Se emergono pagamenti elettronici senza una corrispondenza plausibile nei corrispettivi dichiarati, l’anomalia diventa osservabile. La tecnologia modifica così i comportamenti non soltanto attraverso divieti, ma anche attraverso la possibilità del controllo.
Il modello che si delinea è quello di un’amministrazione fiscale sempre più basata sui dati: incrocio delle informazioni, individuazione delle anomalie e controlli mirati. Il collegamento tra POS e registratori telematici rende queste basi informative più confrontabili.
Più il denaro diventa invisibile ai nostri occhi, più le sue tracce diventano visibili ai sistemi che lo fanno circolare.
La digitalizzazione modifica anche la geografia del rischio. Trasportare meno contante riduce alcuni rischi tradizionali legati alla perdita, al furto e alla necessità, soprattutto per gli esercenti, di custodire e trasferire fisicamente somme di denaro. Ma sarebbe sbagliato concludere che la digitalizzazione elimini ogni rischio: lo trasferisce.
Frodi informatiche, phishing, furto delle credenziali, social engineering e manipolazione dell’utente appartengono a un universo diverso dal furto del portafoglio, ma possono produrre conseguenze economiche altrettanto concrete.
I dati più recenti della Banca d’Italia indicano comunque un fenomeno contenuto rispetto al volume complessivo delle transazioni. Nel secondo semestre 2025 il valore delle operazioni fraudolente considerate nel rapporto è stato pari complessivamente a circa 3 euro ogni 100.000 euro transati; per le carte sale a 17 euro ogni 100.000, mentre per i bonifici ordinari è di circa 2 euro.
Anche la natura delle frodi cambia. Nei bonifici uno dei problemi principali è la manipolazione del pagante: non necessariamente qualcuno viola tecnicamente il sistema, ma convince la vittima a effettuare volontariamente il pagamento verso il destinatario sbagliato. Per carte e moneta elettronica rimangono invece rilevanti le transazioni non autorizzate e il furto dei dati.
In questo scenario, la sicurezza dipende sempre meno dalla capacità di custodire fisicamente qualcosa e sempre più dalle nostre competenze.
Riconoscere un messaggio fraudolento, proteggere le credenziali, utilizzare correttamente l’autenticazione e capire quando una richiesta è sospetta diventano comportamenti di sicurezza economica. Gestire il proprio denaro significa sempre più spesso saper gestire la tecnologia attraverso la quale vi accediamo.
Questo ci porta forse alla conseguenza sociale più importante della trasformazione.
Ciò che per alcuni rappresenta una straordinaria semplificazione può diventare per altri una nuova barriera. Reddito, istruzione, accesso ai servizi finanziari, connessione, competenze digitali e fiducia nei sistemi tecnologici incidono sulla possibilità di usare questi strumenti in autonomia.
Per molto tempo abbiamo parlato di digital divide per descrivere la distanza tra chi aveva accesso a Internet e chi ne era escluso. Poi abbiamo compreso che possedere una connessione non significa necessariamente saperla utilizzare. Ora la stessa dinamica potrebbe estendersi al denaro.
La capacità di pagare sta diventando anche una competenza digitale.
Il paradosso è evidente. Possiamo pagare ovunque, acquistare un biglietto mentre camminiamo o trasferire denaro dall’altra parte del mondo. Ma questa semplicità poggia su un’infrastruttura complessa: dispositivi, identità digitali, banche, intermediari, autenticazione, reti e database.
È il progressivo trasferimento del denaro dalla nostra esperienza materiale a un’infrastruttura che quasi non vediamo.
Ed è forse proprio questa invisibilità a rendere la trasformazione così profonda. Mentre il gesto del pagamento diventa più piccolo, rapido e impercettibile, aumentano le conseguenze psicologiche e sociali che si trovano dietro quel gesto.
Non abbiamo soltanto cambiato il modo di pagare: stiamo cambiando il modo in cui percepiamo il denaro, il debito, il rischio e la nostra stessa partecipazione alla vita economica.
Mondoduepuntozero
