Ancora uno: la metamorfosi dell’utente nell’era dell’infinite scrolling

Un video dura trenta secondi. Quello successivo quindici. Poi una fotografia, un commento, una notizia. Ancora un video. Ancora uno. Passano venti minuti. A volte un’ora, spesso ne passano due o tre. L’infinite scrolling, o scorrimento infinito, è il meccanismo utilizzato da molte piattaforme digitali per mostrare continuamente nuovi contenuti mentre l’utente scorre la pagina.

Non occorre premere “avanti”, cambiare pagina o chiedere esplicitamente di visualizzare altro. Arrivati alla fine dello schermo, altri contenuti sono già pronti.

Il flusso, almeno in apparenza, non finisce mai. È, appunto, “infinito”.

Non è soltanto una soluzione tecnica. È una precisa scelta di design e di business. L’interfaccia elimina le interruzioni e riduce al minimo le azioni necessarie per continuare. Basta un movimento del dito per abbandonare un contenuto e riceverne immediatamente un altro.

L’esperienza è progettata per poter continuare potenzialmente all’infinito.

Ed è proprio questa assenza della fine a rappresentare una rivoluzione.

Un libro termina. Un giornale ha un’ultima pagina. Un film arriva ai titoli di coda. Anche il Web delle origini ci obbligava periodicamente a scegliere: cliccare un collegamento, cambiare pagina, effettuare una nuova ricerca.

Ognuno di questi passaggi introduceva una piccola interruzione. Un momento nel quale potevamo continuare oppure fermarci.

Con l’infinite scrolling questo momento tende a scomparire.

Non scegliamo necessariamente il prossimo contenuto. È già lì.

C’è poi un elemento economico. Mentre scorriamo fotografie, video e commenti, periodicamente incontriamo una pubblicità. Continuiamo e, dopo altri contenuti, ne incontriamo un’altra.

Per molte piattaforme gratuite questo meccanismo è parte integrante del modello di business. La nostra permanenza produce occasioni di esposizione pubblicitaria. Più continuiamo a scorrere, maggiori diventano le opportunità di mostrarci annunci.

È uno degli aspetti centrali di quella che viene definita economia dell’attenzione.

Il tempo trascorso dall’utente non è soltanto tempo di utilizzo. È una risorsa economicamente valorizzabile.

Herbert Simon aveva intuito il problema già nel 1971. In una società caratterizzata da una crescente abbondanza di informazioni, la risorsa realmente scarsa diventa ciò che quelle informazioni consumano: la nostra attenzione. Cinquant’anni dopo questa intuizione sembra descrivere perfettamente il feed di uno smartphone.

I contenuti disponibili sono praticamente infiniti. La nostra attenzione e il nostro tempo, invece, rimangono finiti. Si crea così una competizione continua per conquistarli.

Se dedichiamo pochi secondi a ciascun contenuto, ciò che sorprende, diverte o provoca possiede un vantaggio immediato. Una posizione articolata richiede spesso tempo e contesto. Una frase estrema, un video buffo o provocatorio possono invece essere compresi immediatamente da qualsiasi target di utenza.

Lo stesso può avvenire nei commenti. Ne leggiamo rapidamente molti. Quelli più aggressivi, ironici o polarizzati possono attirare più facilmente il nostro sguardo.

In un ambiente dominato dalla velocità, ciò che provoca una reazione immediata compete meglio per la nostra attenzione.

Più di un secolo fa Georg Simmel descriveva l’individuo della metropoli come sottoposto a una rapida e continua successione di stimoli. Simmel scriveva nel 1903. Naturalmente non poteva immaginare TikTok, Instagram o uno smartphone.

Ma il parallelismo è suggestivo. La successione incessante degli stimoli della metropoli di inizio Novecento oggi può essere racchiusa in uno schermo che portiamo in tasca. Con una differenza fondamentale. Gli stimoli del feed non si limitano ad arrivare. Vengono selezionati e ordinati da sistemi che apprendono progressivamente quali contenuti riescono a trattenerci.

Anche la nostra percezione del tempo può variare. Quando iniziamo a scorrere non sappiamo quanto durerà l’esperienza. Non esiste un ultimo contenuto che ci comunichi che siamo arrivati alla fine. Non c’è una pausa che ci costringa a chiederci se vogliamo davvero continuare.

Ed esiste infine un meccanismo ancora più semplice. Gran parte di quello che incontriamo può non interessarci. Scorriamo. Un altro contenuto non ci interessa. Scorriamo ancora.

Poi ne arriva uno divertente. Interessante. Sorprendente. Il successivo magari no.

Ma ormai sappiamo che, continuando, prima o poi potrebbe arrivarne un altro capace di catturarci.

È una piccola promessa che si rinnova a ogni movimento del dito.

Non continuiamo necessariamente perché ciò che stiamo guardando è interessante. Continuiamo perché il prossimo contenuto potrebbe esserlo.

Se il prossimo contenuto potrebbe essere il migliore, perché fermarsi? Perché interrompere l’esperienza e tornare a una realtà che non offre la stessa successione di stimoli? Il prossimo video potrebbe farci ridere più del precedente, il prossimo commento potrebbe indignarci di più, la prossima immagine potrebbe sorprenderci. Non sappiamo cosa arriverà, ma sappiamo che qualcosa arriverà.

È forse qui che la metamorfosi dell’utente diventa più evidente: non siamo più soltanto persone che cercano contenuti, ma persone che possono arrivare a sentirne la costante necessità.

L’infinite scrolling non riguarda quindi soltanto quanto tempo trascorriamo davanti allo schermo.

La trasformazione più profonda potrebbe avvenire quando iniziamo ad aspettarci anche dalla realtà lo stesso ritmo, la stessa intensità e la stessa continua promessa di un nuovo stimolo.

Mondoduepuntozero