Context collapse ed effetto di disinibizione online: perché su Internet siamo senza filtri

Internet presenta un curioso paradosso. Possiamo pubblicare qualcosa davanti al pubblico potenzialmente più grande che abbiamo mai avuto. Eppure, spesso comunichiamo come se quel pubblico non esistesse. Un’esternazione personale scritta di getto. Un giudizio molto duro su una persona che non conosciamo. Un commento che difficilmente pronunceremmo durante una cena con venti sconosciuti seduti allo stesso tavolo.

E questo avviene indipendentemente dall’età, dal livello d’istruzione o dalle capacità linguistiche e comunicative.

È un fenomeno interessante proprio perché attraversa gruppi sociali molto diversi: pensieri, emozioni e giudizi personali vengono esposti pubblicamente, talvolta con un’immediatezza che lascia poco spazio alla valutazione delle conseguenze.

Una possibile spiegazione arriva dagli studi sulla comunicazione digitale.

Nel 2004 lo psicologo John Suler ha descritto il fenomeno come Online Disinhibition Effect, effetto di disinibizione online.

In rete alcune condizioni possono ridurre i freni che normalmente regolano una conversazione faccia a faccia.

Suler individua diversi fattori:

  • anonimato: ciò che diciamo può sembrarci più separato dalla nostra identità;
  • invisibilità: non vediamo immediatamente la reazione dell’altra persona;
  • asincronia: possiamo scrivere qualcosa e allontanarci prima di ricevere una risposta;
  • introiezione solipsistica: in assenza della presenza fisica dell’interlocutore, possiamo costruirne mentalmente voce, intenzioni e reazioni;
  • immaginazione dissociativa: ciò che accade online può essere percepito come appartenente a uno spazio separato dalla vita quotidiana;
  • minimizzazione dell’autorità: status e gerarchie possono risultare meno visibili online.

La disinibizione, tra l’altro, non è necessariamente negativa. Può permettere di parlare più liberamente di sé, chiedere aiuto o affrontare argomenti difficili. Ma può anche facilitare esternazioni impulsive, aggressività e giudizi che, in una conversazione faccia a faccia, verrebbero probabilmente moderati.

La cosa sorprendente è che queste dinamiche non riguardano soltanto gli ambienti percepiti come anonimi. Possiamo riconoscerne alcuni aspetti nei diversi social network, compreso LinkedIn, e talvolta anche nelle e-mail o nei meeting online.

C’è poi un secondo fenomeno che rende la questione ancora più interessante: il context collapse, il “collasso dei contesti”.

Gli studi di danah boyd e Alice Marwick hanno mostrato una particolarità dei social network: pubblici che nella vita quotidiana sarebbero separati finiscono nello stesso spazio comunicativo.

Nella vita quotidiana sappiamo quasi istintivamente che ogni situazione ha un pubblico diverso. Non raccontiamo necessariamente la stessa cosa nello stesso modo:

  • a un amico;
  • a un collega;
  • al nostro responsabile;
  • a uno sconosciuto;
  • davanti a cento persone.

I social network comprimono questi contesti: pubblici differenti possono convergere in un unico spazio.

Quando scriviamo un post possiamo avere mentalmente davanti una persona, oppure una piccola comunità con cui condividiamo linguaggio e opinioni. Il pubblico reale, però, può essere molto più ampio. Può comprendere conoscenti, colleghi, sconosciuti e persone che leggeranno quelle parole giorni o anni dopo.

Qui emerge una distinzione importante: sapere che ciò che scriviamo è accessibile a tutti non significa necessariamente percepire la composizione e l’ampiezza del pubblico a cui ci stiamo rivolgendo.

Una persona che scrive “questa è una persona orribile” sotto un post pubblico probabilmente conosce il funzionamento di Internet. Sa, razionalmente, che altre persone possono leggere il commento. Ma mentre scrive potrebbe trovarsi psicologicamente in una situazione molto diversa da quella che sperimenterebbe pronunciando la stessa frase davanti a una platea.

Lo stesso può accadere quando una persona esprime pubblicamente giudizi molto critici sul proprio responsabile o sull’azienda per cui lavora, senza percepire pienamente la sovrapposizione tra sfera personale, professionale e pubblica.

L’effetto di disinibizione e il context collapse descrivono due aspetti differenti ma complementari:

  • il primo riguarda la riduzione dei freni della comunicazione;
  • il secondo riguarda l’alterazione della percezione del proprio pubblico potenziale.

Internet non elimina le regole della vita sociale. E soprattutto non elimina le conseguenze personali, professionali o, in alcuni casi, legali di ciò che pubblichiamo.

Modifica però il contesto nel quale percepiamo quelle regole e quelle conseguenze.

Abbiamo costruito uno spazio nel quale possiamo parlare davanti a tutti, ma che talvolta percepiamo come un luogo in cui ci rivolgiamo a pochi intimi. O persino come uno specchio, davanti al quale sperimentiamo forme di comunicazione ed esterniamo pensieri ed emozioni.

Ma il fatto che questa dimensione virtuale venga percepita come personale e immediata non la rende privata.

Ed è qui che emerge forse il paradosso più interessante.

Nella vita sociale, un’esternazione personale avviene normalmente all’interno di un contesto. Scegliamo una persona, un momento e un luogo. Quella cornice contribuisce a definire il significato di ciò che diciamo e il modo in cui gli altri lo interpretano. In rete, la stessa esternazione può contribuire anche alla costruzione della nostra immagine e della nostra reputazione.

Una frase pronunciata a un amico dopo una giornata difficile non ha necessariamente lo stesso significato della medesima frase pubblicata davanti a un pubblico di cui non percepiamo pienamente dimensione, composizione e intenzioni.

Internet può indebolire proprio la percezione di questa differenza.

Un’esternazione personale, quando viene pubblicata, cambia natura. Non è più soltanto l’espressione di uno stato d’animo: diventa un atto comunicativo pubblico.

Può essere interpretata da persone che non conoscono il contesto nel quale è nata. Può essere condivisa, conservata e riletta a distanza di tempo. E può raggiungere pubblici molto diversi da quello che avevamo immaginato mentre scrivevamo.

Il punto, quindi, non è stabilire se sia giusto o sbagliato esprimere pubblicamente emozioni e opinioni. Sarebbe una conclusione moralistica per un fenomeno sociale.

La questione è comprendere quanto gli ambienti digitali abbiano modificato la nostra percezione del confine tra comunicazione personale e comunicazione pubblica, sovrapponendo dimensioni che nella vita quotidiana tendiamo a mantenere ben distinte.

Ne consegue uno dei grandi paradossi della socialità digitale: non abbiamo mai avuto un pubblico potenzialmente così ampio e, allo stesso tempo, non sempre abbiamo la sensazione di averlo davanti, né percepiamo pienamente le conseguenze di ciò che decidiamo di pubblicare.

Forse, allora, prima di pubblicare non dovremmo chiederci soltanto che cosa vogliamo dire, ma anche a chi stiamo realmente parlando.

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