Analizziamo Google

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Analizziamo Google, il “centro” della rete.
Fra pochi mesi, precisamente il 15 settembre 2017, ricorrerà il ventennale dalla registrazione del dominio di Google. Sono passati già vent’anni da quando due studenti dell’Università di Stanford, Larry Page e Sergey Brin, hanno compiuto il primo passo nella realizzazione di Google. Venti anni che ci hanno portato tutti in rete. Anni in cui abbiamo imparato ad affidare le nostre curiosità e le nostre necessità di ricerca ad uno specifico strumento, basato su un solo campo e su puntuali algoritmi.

Analizzando il percorso fatto da Google identifichiamo, in quest’ultimo ventennio, tre distinte fasi:

Fase 1: L’Idea

Fra qualche anno i nostri nipoti leggeranno sui libri di storia di Page e Brin, della loro idea di costruire “un qualcosa” in grado di acquisire il flusso informativo della rete e di offrirlo immediatamente. Come una “lista della spesa”.
La leggenda narra del loro peregrinare di azienda in azienda, e di dirigenti saccenti e poco lungimiranti che ne deridono idea e prospettive.
Oggi resta, di questa fase iniziale, la loro idea visionaria, indubbiamente originale.
Google, il motore di ricerca, è uno strumento che si alimenta del prodotto (in rete) del genere umano. Mette in contatto informazioni e persone. È l’automa, lo scribi, che osserva la storia e prende appunti mentre tutto avviene.
Il tutto all’interno di un modello di fruizione basato su una pagina bianca, senza pubblicità invasive e senza inutili tempi di attesa.
Google non invade il nostro spazio personale o visivo, piuttosto ci suggerisce cosa fare.

Fase 2: L’espansione

Nei suoi primi anni di vita Google, al pari di un bambino, non fa che crescere e imparare in gran fretta. Acquisisce miliardi di pagine web, le analizza, perfeziona i suoi algoritmi di ranking. La sensazione durante questa fase di risorgimento tecnologico e quella di un sistema in grado di sostenere il nostro sapere. Computer in grado di immagazzinare informazioni, dislocati in tutto il mondo. Rapidità di acquisizione, indicizzazione e proposta di liste di contenuti.
Allo stesso tempo ci fornisce un servizio di posta elettronica personale, sempre disponibile, dotato di grande spazio e senza intermezzi pubblicitari: Gmail.
Questa fase di acquisizione e messa a disposizione di dati, tramite un solo campo di ricerca, ha fornito un contributo determinante nell’evoluzione di Internet. È diventato semplice, molto semplice, cercare ed essere cercati.

Fase 3: La regressione. I mancati nuovi obiettivi

La successiva terza fase è iniziata con annunci mirabolanti. La creazione di un traduttore universale in grado di avvicinare genti di diversa provenienza, occhiali in grado di aumentare la nostra realtà con informazioni aggiuntive, uno smartphone modulare e personalizzabile, un’auto che si guida da sola.

L’alba di una nuova epoca grazie a Google? Assolutamente no, almeno per ora.

Il traduttore Google, i Google Glass, il progetto ARA, la Google car, ad oggi attestano una fase di mancata crescita. Probabilmente questi progetti di ricerca si ponevano obiettivi troppo ambiziosi, elaborazioni troppo intelligenti per essere realizzate con i computer disponibili ad oggi.
Anche la rete sociale “Google+” non raggiunge gli obiettivi di popolarità ed utilizzo prefissati, pari a quelli di Facebook per intenderci.
Queste fantascientifiche visioni, nel secondo decennio del ventunesimo secolo, non si sono concretizzate. Non c’è stato un ulteriore clamoroso passo in avanti, in nessuna delle possibili direzioni. L’Internet di oggi non è poi così dissimile dalla rete di cinque o dieci anni fa.

E il motore di ricerca di Google?

Anch’esso non ha avuto l’evoluzione che ci aspettavamo. Qualche anno fa la rete vociferava di web semantico, web 3.0, in grado di offrire contenuti correlati, suggerimenti, informazioni, supporto intelligente. Niente di tutto ciò, almeno ad oggi, almeno per Google.
La lista risultati di Google propone, nella parte centrale, un maggior numero di annunci pubblicitari rispetto a qualche anno fa. Favorisce contenuti geolocalizzati e popolari, talvolta a discapito di contenuti originali e culturali. Applica logiche di valutazione dei contenuti “automatiche”.
La quantità di informazioni disponibili in rete, cresciuta a dismisura, di certo non aiuta. Il motore di ricerca a fronte di ogni tentativo si trova ad offrire milioni e milioni di occorrenze.
Una lista di fatto completamente inutile se non per la prima o la seconda pagina, per dieci o venti occorrenze caratterizzate da una brevissima descrizione.

Il motore di ricerca non è diventato più intelligente, non è maturato,  se non per alcuni aspetti di dettaglio, secondari. 

Segue schemi predefiniti, assegna punteggi in base a regole che informatici e copywriter hanno in buona parte intuito e replicano o aggirano con attenzione. Ciò porta ad una fortissima competizione tra informazioni certe e informazioni promozionali finalizzate alla vendita, o peggio informazioni surrogate, false e appariscenti.

Gli utenti in rete non sono diventati più intelligenti. 

Probabilmente sono più veloci, connessi, ma a fronte di una lista risultati tendono ad affidarsi a quanto proposto da Google, a ragionare meno. Ciò per paradosso non migliora la conoscenza ma la riduce verso elementi popolari, già scelti da altri. Pagine e testi che seguono regole sintattiche e semantiche gradite dagli algoritmi.  Molti dati, molte opportunità, ma una sola lista di dieci occorrenze entro cui il cyberutente, sempre più passivo, può scegliere.

Critica a Google

Testi e contenuti multimediali condivisi in rete vengono centrifugati e liofilizzati fino alla loro essenza. Miliardi di idee, di parole, di immagini, di video diventano una lista di poche righe, con descrizioni minime.  Tutta l’informazione esito di ogni nostra ricerca è contenuta all’interno di un “piccolo francobollo” su cui tutti noi vogliamo lasciare la nostra firma: La prima pagina della lista risultati di Google. La pagina in cui tutti oggi, vogliono e devono apparire.

L’informazione in rete cresce, si evolve. I cyberutenti sono sempre più veloci e compulsivi. Google sta diventando il giudice assoluto di questo universo virtuale.

Per questo, per il ruolo centrale che ha assunto nella nostra società, virtuale, Google deve e può fare molto meglio. I suoi algoritmi devono diventare più sensibili, meno automatici.  Più attenti nel valorizzare contenuti utili alla comunità. Più esplicativi nella lista risultati, in  grado di fornire agli utenti più ricettivi un numero maggiore di informazioni. Più attenti ad analizzare i comportamenti utente non a fini prevalentemente commerciali.  In grado di comprendere  le necessità dell’utente ed elevare il suo livello di conoscenza e consapevolezza.

Il compito è arduo, quasi impossibile, ma se c è qualcuno che può riuscirci è proprio Google.

Mondoduepuntozero

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