South Working, Suburban Working: nuovi modi di lavorare

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Nel marzo 2020, improvvisamente e irreversibilmente, la nostra società è diventata digitale.
Secondo il Rapporto ISTAT “SITUAZIONE E PROSPETTIVE DELLE IMPRESE NELL’EMERGENZA SANITARIA COVID-19”:

  • Tra marzo ed aprile 2020 la quota dei lavoratori “a distanza” è stata del 8,8%
  • L’incidenza del personale impiegato in modalità agile è arrivata al 21,6% delle imprese di medie dimensioni (rispetto al 2,2% di gennaio febbraio)
  • Anche dopo la fine del lockdown (maggio-giugno 2020), la quota di lavoratori impiegati a distanza pur in declino resta significativa (5,3%)

A dire il vero le dinamiche di lavoro “a distanza” determinate dalla pandemia sono più simili ad una sorta di “quarantena lavorativa” che a vere e proprie dinamiche “smart” (dove il lavoratore sceglie in base ad impegni ed obiettivi se lavorare a casa, presso il committente o in ufficio).
Nonostante gli evidenti limiti nella modalità attuale di “lavoro a distanza” è evidente il “passo digitale” effettuato in pochissimi mesi: abbiamo imparato a comunicare, non per svago, tramite meeting platform e chat, a condividere digitalmente gli obiettivi giornalieri, settimanali e mensili, ad utilizzare il cloud per condividere i documenti.

Un cambiamento che non riguarda solo le imprese e la produttività ma l’intera sfera sociale.

Cambiamento che determinerà numerose conseguenze nel lungo periodo.
Uno di questi effetti? Lo troviamo nel neologismo, da poco coniato e già diffusissimo, tracciato persino dalla Treccani, “South working” , citiamo testualmente: “Lavoro da remoto per aziende fisicamente collocate nell’Italia del Nord, svolto da casa o in regime di smart-working da persone che abitano nell’Italia del Sud”.
Il lavoro digitale, a distanza, ha permesso a centinaia di migliaia di persone di “tornare a casa”.
Proviamo ad immaginare gli effetti di questa de-urbanizzazione industriale.
Dal punto di vista del “south worker”:

  • Una riduzione degli spostamenti che, anche dopo la pandemia, saranno funzionali agli obiettivi lavorativi e non obbligatori (non sempre dal lunedì al venerdì per intenderci)
  • Una riduzione dei costi, non solo legati agli spostamenti, spesso i pendolari hanno la possibilità di affittare un appartamento condiviso o solo una camera singola.
  • Un miglioramento dello stile di vita, si vive con i propri cari, non si è spesso in viaggio, si ha maggiore disponibilità di tempo ed economica. Si mangia meglio, si dorme con regolarità.

Molti di questi lavoratori, sino al fatidico marzo 2020, vedevano  quotidianamente di persona clienti e colleghi ed utilizzavano le piattaforme digitali per comunicare con i propri cari. C’è stata, improvvisamente, un’inversione dei  ruoli: ora i “south worker”  usano le piattaforme digitali per lavorare e vedono quotidianamente i propri cari.

Dal punto di vista dell’ “impresa”:

  • Minori costi logistici, se i miei dipendenti sono parzialmente presenti in sede posso ridimensionare uffici e sedi, posso ridurre i costi trasferta ed  i costi mensa.
  • Maggiore utilizzo degli strumenti di comunicazione digitale e del cloud, con un uso quasi azzerato dalla carta.
  • Maggiore attenzione agli obiettivi da raggiungere e non alla presenza fisica.
  • Maggiore possibilità di reperire figure professionali anche lontano dalle proprie sedi. A ben vedere il “south working” (e in parte anche lo smart working) riguarda figure professionali di medio-alto livello, spesso laureate e/o con competenze di settore.
  • Possibilità di creare  team di lavoro “virtuali” flessibili ed eterogenei.
  • Necessità di identificare dei “team manager digitali” in grado di applicare metodologie di lavoro agili e comunicare empaticamente tramite la rete, quindi anche in assenza del “vis-à-vis”.

Dal punto di vista “sociale”:

  • Una delocalizzazione dei consumi, il “south worker” lavora “per il nord” ma vive e spende tutto il suo denaro al sud.
  • Una de-urbanizzazione delle “city” con minore richiesta sia di uffici sia di locazioni per i lavoratori.
    L’edilizia dovrà virare, in modo significativo, dalla costruzione dei grandi uffici alla riqualificazione delle periferie.
  • Minore inquinamento dovuto ai minori spostamenti: treno, aereo, auto. Milioni di persone che “non vanno” a lavoro pur lavorando.
  • Una diversa percezione dei tempi e dei modi di lavorare, non più legati alla timbratura e alla presenza ma al lavoro stesso.
  • Maggiore possibilità, per chi vive al sud, di sposarsi ed avere dei figli. La maggiore continuità affettiva con il partner, la vicinanza con i familiari, le minori spese… tutti fattori che permettono progetti a lungo termine nei luoghi natii.
  • In coerenza con il punto precedente il ripopolamento dei piccoli comuni.
  • Maggiore possibilità di interagire e lavorare con persone  di altre regioni o altre nazioni.

Il South working è molto di più del “lavorare vista mare” è parte di una nuova rivoluzione industriale digitale,  caratterizzata da una minore presenza fisica, un numero notevolmente ridotto di spostamenti, la deurbanizzazione dei centri urbani,  in un mercato lavorativo transregionale e transnazionale dove è il compito e la professionalità e non la localizzazione a “fare il monaco”, ovvero a determinare l’acquisizione della risorsa lavorativa.

A questo neologismo, come detto già diffusissimo, ne aggiungiamo uno da noi coniato durante la redazione di quest’articolo: “Suburban working”.
Per tutti coloro che per stile di vita hanno già scelto di non vivere “al centro” ma in periferia.
E’ il caso di migliaia di lavoratori di New York che già da qualche lustro hanno deciso di allontanarsi dalla straordinaria ma affollatissima e costosissima Manhattan a favore di luoghi e spazi più a misura d’uomo (e soprattutto della famiglia) ad esempio nel New Jersey.

Questi lavoratori, diventati pendolari per scelta, personale o familiare, si sono ritrovati, in questo nuovo contesto di lavoro dinamico e digitale, ad essere “suburban worker” ovvero lavoratori digitali di periferia.  Anche loro, dopo la pandemia,  si troveranno a scegliere ogni giorno in base agli impegni lavorativi se restare a casa o effettuare un lungo tragitto per andare in ufficio. Anche loro inquineranno di meno, consumeranno meno (o forse meglio?) , saranno meno stressati, potranno risparmiare e passare più tempo con i propri amici e familiari.

Allo stesso tempo i servizi software, chat e meeting platform, utilizzati da centinaia di milioni di persone nel mondo, continueranno a migliorare, forniranno nuove modalità di interazione , immagini ed audio sempre più immediate, reali.

In questo vortice di novità e ottimismo è giusto precisare che non tutti i mestieri possono essere delocalizzati, c’è un fisiologico limite, non tutti possiamo lavorare “smart”. Non tutti ma milioni di persone sì.

Ed è giusto nuovamente precisare che quello stiamo vivendo oggi, durante questa terribile pandemia, non è vero “smart working” ma una sorta di quarantena digitale.

Nonostante ciò siamo ottimisti, crediamo che il lavoro digitale stia modificando radicalmente  la nostra società. Ci permetterà di abbandonare un modello di presenza, di spostamento, di produttività e di stress, vetusto, antiquato,  a favore di uno stile di vita più ragionevole dove è “l’uomo ad usare la macchina” in base alle sue effettive necessità, e non viceversa.

D’altronde se siete arrivati sin qui è perché anche voi siete consapevoli di vivere in un Mondo 2.0.

Mondoduepuntozero.

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