Milgram e le reti sociali che fanno piccolo il mondo

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postinoSiamo nel “lontano” 1967,  niente personal computer, niente smartphone e, soprattutto, niente internet e niente social network, al massimo, se siamo scienziati della NASA,  abbiamo a disposizione un supermainframe  (computer) grande come un  palazzo con la capacità di elaborazione di una moderna calcolatrice scientifica.
Negli anni del grande boom economico,  in cui il grande Mike Bongiorno ideava  il “Rischiatutto“, un  altro americano, con un semplice esperimento, analizzava la complessità della rete relazionale americana dell’era moderna.
Stiamo parlando del sociologo  Stanley Milgram e della sua visionaria teoriadel mondo piccolo“, visionaria in quanto in grado di cogliere la complessità del tessuto sociale conseguente i processi di urbanizzazione avvenuti nel ventesimo secolo,  visionaria in quanto in grado di evidenziare l’evoluzione della rete, la fitta trama tra le persone, visionaria per la messa in evidenza di un fenomeno tanto ampio quanto complesso, la globalizzazione.
Ad essere più precisi la teoria non è completamente originale, prende spunto dal racconto “Catene” (CHAIN-LINKS), pubblicato nel lontano 1929 dallo scrittore  ungherese Frigyes Karinthy, il racconto (vi forniamo la versione in  lingua inglese in formato PDF), seppure breve, ipotizza connessioni sempre più veloci e globali tra le persone, peraltro a fronte della crisi economica mondiale del 1929, evento catastrofico su scala mondiale.
Milgram, nel 1967,  selezionò, in modo casuale, alcuni americani nel Midwest chiedendo loro di inviare un pacchetto a diverse migliaia di chilometri di distanza ad un estraneo di cui conoscevano il nome, l’impiego ma non l’indirizzo. Al fine di raggiungere l’obiettivo potevano sfruttare il proprio personale network di conoscenze, inviando il pacchetto ad un intermediario, da loro ritenuto più vicino o comunque con maggiore possibilità di identificare il destinatario.
Si dice che lo stesso Stanley fu stupito dal risultato finale, il pacchetto raggiunse lo “sconosciuto” destinatario tramite un percorso medio di cinque – sette passaggi, pochissimi.
Milgram stava dimostrando come l’era moderna con i suoi (allora) moderni (ora arcaici)   sistemi di comunicazione aveva creato una fitta trama relazionale, aveva reso “piccolo il mondo”.  La pubblicazione dello studio su “Psychology Today“, dove  divenne famosa come “teoria dei sei gradi separazione“, infiammò la comunità scientifica internazionale divisa sul metodo e sui risultati ottenuti.
Il dibattito proseguì, su un piano puramente teorico, sino all’avvento della rete, gli esperimenti fatti nel ventunesimo secolo diedero un nuovo e decisivo impulso alla teoria di Milgram.
Nel 2001, grazie alla disponibilità della posta elettronica, primo strumento globale e sociale (assieme agli SMS…vedi il nostro recente articolo: Prima dei Social Network: SMS, email e flash mob), Duncan Watts, professore della Columbia University, replicò la ricerca su un campione ben più significativo di utenti, circa 50.000. La ricerca non fece altro che confermare la teoria di Milgram, i gradi di separazione risultarono essere effettivamente sei.
Nel 2006 due ricercatori della Microsoft, studiando algoritmicamente i tracciati delle conversazioni della chat MSN messenger, arrivarono ad ipotizzare 6,6 gradi di separazione.
E poi? Poi il nostro mondo è diventato 2.0, sono arrivati i social network.
Lo studio effettuato in Italia nel 2011 da alcuni ricercatori dell’Università degli Studi di Milano, in team con esperti di Facebook, ha permesso di verificare il “grado di vicinanza” di due soggetti su scala planetaria (vedi “I gradi di separazione su Facebook“)
Nessuna possibile polemica in questo caso sul campione, assolutamente significativo, 65 miliardi di relazioni, e nessun dubbio sul risultato finale 3,74 gradi di separazione di media, addirittura meno di quanto riscontrato da Milgram.
Nel primo decennio del ventunesimo secolo i gradi di separazione sono meno di quattro, il mondo (2.0), come aveva ipotizzato  Milgram, è veramente “molto piccolo“.
Interessante evidenziare come per ottenere questo risultato sia stato indispensabile il lavoro di una squadra estremamente eterogenea sia per competenze sia per strumenti utilizzati: sociologi, ricercatori universitari, esperti informatici, email, log trace, “Big data” di tipo social  e strumenti tecnici di ultima generazione e, non ultimo, grazie alla complicità involontaria di buona parte degli abitanti del pianeta terra:  è proprio vero che l’unione fa la forza.
Riteniamo probabile che la diffusione degli smartphone e degli instant messenger, avvenuta nell’ultimo lustro, possa avere ulteriormente ridotto tale distanza, anche in modo molto significativo. Il nuovo modello di comunicazione “uno a molti” di tipo broadcast, talvolta anche di tipo “multicast”, non può che amplificare la nostra rete di conoscenze e confermare gli esperimenti di Milgram e la visione di Karinthy.
Cosa dire, è evidente che la “rete sociale globale” non è diretta conseguenza dell’avvento di Internet:  l’industrializzazione, i grandi movimenti urbani, la diffusione di strumenti di comunicazione come la posta ed il telefono e di mezzi di trasporto come l’automobile e l’aereo  avevano già cinquant’anni or sono, creato una fittissima rete, seppure invisibile, tra le persone, ben oltre i secolari legami tra popoli, mercati, nazioni, banche.
Probabilmente l’avvento di internet ha reso più estesa e istantanea questa rete, sempre accessibile, permettendoci di essere al centro delle nostre amicizie o conoscenze, anche visivamente e sentimentalmente.
Internet non ha creato la rete sociale globale, grazie all’ immaginazione di Frigyes Karinthy e alla concretezza di Stanley Milgram possiamo dire con certezza che nel ventesimo secolo la rete era già globale, seppure non istantanea, multimediale ed emotiva come è oggi.
Siamo tutti connessi, lo siamo grazie ad internet e agli smartphone, ma la sociologia, numeri alla mano, ci dimostra che questa non è una novità, molti dei nostri genitori lo erano già.

Mondoduepuntozero.

 

..it cannot happen again that someone should  dare disturb me when I am at play, when I set free the phantoms of my imagination, when I think! (Frigyes Karinthy)


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